Giovanna per il Madagascar

Come nasce il progetto

 

Come racconto nel libro “L'Isola che c'è”, i miei primi anni in Madagascar sono stati difficili.

Vivevo con difficoltà il trapianto anche perchè in Italia avevo lasciato una figlia malata di diabete e cercavo di raggiungerla il più spesso possibile.

Poi mia figlia del 2005 è morta e nel suo ricordo ho deciso di pubblicare il libro destinando i fondi raccolti alla cura dei diabetici di Nosy Bè. Nello stesso periodo mi fu chiesto di sostituire il console onorario che doveva rientrare in Italia per questioni di salute.

Con molte perplessità accettai l'incarico e cominciai sempre di più a partecipare alla vita dell'isola rendendomi conto delle condizioni difficili in cui viveva la popolazione. Alcuni alberghi gestiti da italiani mi aprirono le porte permettendomi di parlare ai turisti per raccogliere fondi per l'aiuto ai diabetici.

Un pomeriggio, mentre parlavo ai turisti ospiti di Orangea Village e stavo raccomandando di non dare nulla ai bambini per evitare di abituarli a mendicare alcune signore mi dissero di aver portato degli indumenti. Poichè sapevo che a Dzamandzar c'era un dispensario dissi che avrei cercato di organizzare lì una distribuzione. Il medico mi diede il permesso e un venerdì mattina mi recai li e con le signore italiane e cominciammo la distribuzione dei vestitini. Mentre ci apprestavamo ad andarcene il medico ci invitò a visitare la maternità, e così scoprimmo che la sala parto era in condizioni pietose, senza acqua e con un lettino ginecologico senza staffe. La sala degenza era altrettanto pietosa, il tetto del dispensario era mezzo crollato e in alcuni punti l'acqua entrava nei locali.

Vedemmo un neonato sdraiato vicino alla sua mamma su un lamba (un tessuto usato come abito dalle donne Sakalava) che copriva un pezzo di gomma putrescente. Scoprimmo così che per le donne SaKalava è “fady” (proibito) lamentarsi durante il parto, che deve avvenire in un silenzio assoluto.

E così prendemmo in carico la ristrutturazione del dispensario e riuscimmo a finire i lavori del 2014 con la donazione di un ecografo e di un letto da parto ultimo modello.

Ma il lavorare nel territorio ci rendeva sempre più consapevoli dei bisogni della popolazione ed è cominciato così l'aiuto ai villaggi poveri con distribuzione di indumenti e soprattutto di materiale scolastico.

Alcuni medici hanno incominciato ad aiutarci procurandoci integratori alimentari, latte in polvere, antibiotici ed antidolorifici mentre un dentista, il dott. Rossetti ci inviava 500 spazzolini per iniziare un discorso di igiene dentario nelle scuole. E nel discorso della prevenzione si inseriva anche la pubblicazione di un libro tratto da uno studio di tre medici intitolato La Santè en Images, e con la spiegazione di questo libro agli allievi delle scuole è iniziata la nostra collaborazione con le Suore Battistine.

Abbiamo anche cominciato ad aiutare i bambini motulesi, ristrutturando lo stabile che li ospita e raccogliendo fondi per pagare loro la scolarità e le operazioni.

 

Si può dire quindi che il progetto è nato quasi per caso, un piccolo seme che ha cominciato a vivere di vita autonoma dando vita a un albero che continua a crescere e a ramificarsi, e l'ultimo ramo che è spuntato è la costruzione di una casa famiglia per poter garantire il diritto allo studio dei bambini che vivono nelle situazioni più disagiate.

 

Ormai l'albero dovrebbe aver raggiunto il suo massimo sviluppo, almeno spero, e quindi dovremmo solo mantenerlo in vita.

 



agg. al 8.3.2018